Aggiornamento del 9 marzo
Nel corso dell’ultima settimana il conflitto tra Stati Uniti/Israele e Iran ha registrato un ulteriore incremento delle tensioni, con il consolidarsi della nuova leadership a Teheran dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e una fase di scontri indiretti sempre più estesa nell’area del Golfo. L’evoluzione del conflitto continua a rappresentare il principale fattore di incertezza per i mercati globali, inserendosi in un quadro geopolitico più ampio che va oltre la dimensione regionale e si colloca progressivamente nello scontro strategico tra Cina e Stati Uniti. In questo contesto, l’escalation delle ultime settimane non deve essere letta solo come un episodio isolato, ma come un tassello di una dinamica più ampia che potrebbe essere funzionale anche al rafforzamento delle posizioni negoziali in vista del confronto diplomatico previsto per il 31 marzo.
Fino a poche settimane fa il contesto era caratterizzato da un progressivo raffreddamento dell’inflazione, con mercati che prezzavano una fase di graduale allentamento monetario da parte delle principali banche centrali e un quadro di crescita ancora moderatamente solido. L’intensificarsi delle tensioni in Medio Oriente e il conseguente rialzo dei prezzi energetici hanno invece provocato un repentino riposizionamento delle aspettative, riportando al centro il rischio di un ritorno delle pressioni inflazionistiche e spingendo gli operatori a riconsiderare la traiettoria dei tassi.
Il canale di trasmissione principale è stato il mercato energetico. Le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno determinato un rialzo significativo delle quotazioni del greggio, con un impatto immediato sulle aspettative di inflazione e sulle curve dei rendimenti.
In Europa il mercato è passato nel giro di pochi giorni dal prezzare sostanzialmente una Banca Centrale ferma, a scontare una probabilità superiore al 70% di un rialzo da parte della BCE entro luglio, mentre negli Stati Uniti le attese di allentamento da parte della Federal Reserve sono state ridimensionate a un solo taglio nel corso del 2026. Si tratta di un cambiamento rilevante perché interrompe il paradigma dominante degli ultimi mesi, caratterizzato da una progressiva disinflazione e da condizioni finanziarie destinate a diventare più accomodanti.
Nonostante la difficoltà nel fare previsioni vista l’incertezza dell’evolversi degli eventi, l’impatto inflazionistico potrebbe essere limitato e concentrato su un orizzonte temporale relativamente breve. Allo stesso tempo, rispetto alle grandi crisi petrolifere del passato, l’economia globale presenta oggi una minore dipendenza dall’energia per generare crescita, elemento che contribuisce a contenere il rischio di effetti duraturi sulla dinamica dei prezzi.
A cura della Direzione Investimenti di Sella SGR